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.: Ascanio Celestini, Storie di uno scemo
di guerra, Einaudi 2005, euro 11,50 :.

di Franco
Baldasso
"Il
4 giugno 1944 mio padre c'aveva otto anni. Mio padre diceva che rischiò
di morire per una cipolla. Per quella cipolla uno scemo di guerra gli
sparò addosso. Mio padre diceva che lo mancò per un pelo,
ma perse la cipolla. Diceva che i tedeschi scappavano da Roma e gli alleati
stavano arrivando. Tutti 'sti soldati attraversavano la città da
sud verso nord, e invece lui per tornarsene a casa andava nella direzione
opposta. Mio padre diceva che camminò contromano rispetto alla
Storia". Come nelle migliori narrazioni corali, quando il singolo
punto di vista viene doppiato, triplicato, moltiplicato da tutte le voci
della strada, del quartiere, di una famiglia, di un'epoca, Ascanio Celestini
nel suo nuovo libro racconta un piccola epopea "dal basso":
quella raccontata per trent'anni e poi ramificata nella coscienza e nella
memoria di un bambino che ha attraversato la Roma occupata, sul finire
della Seconda Guerra Mondiale.
Celestini è attore e autore di talento. Le sue storie raccontate
a teatro, da "Fabbrica", a "Radio Clandestina" alle
favole di "Cecafumo" puntano dritto al cuore, senza compiacimenti
rétro su una vita popolare che, se sociologicamente possiamo supporre
"scomparsa", mantiene ancora intatta la sua forza di verità.
E senza i troppi "pasolinismi" annacquati che costellano qua
e là i lavori teatrali e le narrazioni degli ultimi anni.
La storia è semplice, ma dolceamara nella girandola dei personaggi,
dalla sora Irma e la sua trattoria, dove la padrona faceva "porzioni
scientifiche" ("il piatto economico era la pastasciutta con
la conserva e per ogni piatto metteva tredici spaghetti contati"),
il barbiere "dalle mani belle", il progetto grandioso della
"società del maiale": mettere insieme 1000 lire per comprarsi
"un maiale intero". Siamo in piena guerra, e la tragedia scivola
in farsa, se il povero popolo non capisce più quali siano gli americani,
quali i tedeschi, a chi dar retta insomma: meglio starsene rifugiati e
non avvicinarsi. Nel frattempo "una Storia mondiale avrebbe sbriciolato
uomini e cipolle con il suo incedere portentoso".
Troppo spesso le narrazioni sulla guerra - teatrali e filmiche in primis
- sfociano in un compiaciuto sentimentalismo: toccano gli animi, i ricordi,
quel minimo senso di giustizia che vorremmo vedere reale, almeno a teatro
o letto in un libro. Celestini da questo punto di vista non inventa niente,
ma riesce a non scadere e a divertire con il suo mondo tutto da raccontare
e da ricordare, raccolto in un lungo lavoro dalle voci stesse delle persone
che hanno visto, che hanno vissuto questa "Storia" con la "S"
sempre scritta maiuscola.
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